Jung-CWLo psicologo Carl Gustav Jung (1875-1961) caratterizzò come “analitica” quella psicologia interessata sia alla coscienza sia all’inconscio o, più precisamente, alle relazioni che tra essi intercorrono. L’espressione “Psicologia Analitica” fece la sua comparsa nel 1911. Nell’opera di Jung, essa venne a differenziare il suo approccio dalla psicoanalisi di Sigmund Freud (1856-1939) e dalla psicologia individuale di Alfred Adler (1870-1937). L’espressione “Psicologia Analitica” fu utilizzata per la prima volta dal filosofo e psicologo tedesco Wilhelm Dilthey (1833-1911), il quale aveva contrapposto alla psicologia “esplicativa”, che applica al soggetto i procedimenti sperimentali e i metodi delle scienze naturali, la psicologia “descrittiva” o “analitica” (analytische Psychologie), la quale prevede che, piuttosto che derivare la vita psichica dai suoi processi elementari, si debba partire dalla vita psichica evoluta. Nell’idea di Dilthey, infatti, la vita interiore non avrebbe potuto essere spiegata come una semplice combinazione delle sue parti costitutive, dal momento che l’interazione degli elementi psichici crea nuove caratteristiche qualitative, non contenute negli elementi stessi. Secondo Dilthey, pertanto, “l’analisi deve anzitutto avere a che fare […] con l’articolazione architettonica dell’edificio compiuto: non si occupa in primo luogo delle pietre e della calcina, né delle mani che le lavorano, bensì dell’intima connessione tra le parti.”

La Psicologia Analitica (o, secondo una formulazione alternativa, Psicologia Complessa) è oggi una tradizione scientifica consolidata ed empiricamente fondata. Le opere di Carl Gustav Jung, raccolte inizialmente in tedesco nella collana dei Psychologische Abhandlungen, furono successivamente sistematizzate in lingua inglese nei Collected Works, editi dalla Bollingen Foundation (Princeton University Press, Princeton, NJ), da cui furono quindi ricavate l’edizione tedesca dei Gesammelte Werke (Walter, Olten), l’edizione spagnola della Obra completa (Trotta, Madrid), e, naturalmente, l’edizione italiana delle Opere (Boringhieri, Torino), curata da Luigi Aurigemma (1923-2007) e pubblicata in 24 volumi tra il 1965 e il 2007. La ricerca storica ha inoltre contribuito, negli ultimi decenni in particolare, a recuperare una parte importante del lascito junghiano, portando alla pubblicazione significativi testi ancora inediti, legati soprattutto all’ampia attività seminariale e all’ingente documentazione epistolare; si è inoltre ancora in attesa di altri inediti e, addirittura, di una nuova e più completa edizione di tutti i suoi scritti, progetto di cui si è fatta carico la Philemon Foundation, creata nel 2003. Nel 2007, i rappresentati della Erbengemeinschaft C.G. Jung (Comunità degli eredi di C.G. Jung), che nel 1981 avevano costituito un Comitato Esecutivo di discendenti della seconda generazione, hanno dato vita alla Stiftung der Werke von C.G. Jung (Fondazione delle opere di C.G. Jung), attuale depositaria dei diritti d’autore per le opere junghiane; essa ha tra i propri scopi la conservazione e lo sviluppo dell’accessibilità ai lasciti letterari di Jung e di Emma Jung-Rauschenbach, l’amministrazione della proprietà intellettuale dei loro scritti, il sostegno a pubblicazioni scientificamente fondate sulla loro opera e la promozione di studi sulla loro vita e sul loro lavoro. Una ulteriore fondazione, la Stiftung der Werke von C.G. Jung, è stata costituita nel 2002 con lo scopo primario di preservare la casa dei coniugi Jung a Küsnacht. Il fondo letterario junghiano è attualmente custodito presso gli Archivi Universitari della Biblioteca della Eidgenössische Technische Hochschule (Politecnico Federale) di Zurigo. Oltre a ciò, la Stiftung der Werke von C.G. Jung ha avviato diverse iniziative per preservare la biblioteca privata di Jung e renderla accessibile ai ricercatori. Nel 2008, in particolare, la Fondazione ha iniziato a valutare la possibilità di digitalizzare l’ampia collezione di libri rari (antecedenti al 1800) appartenuti a Jung, costituita da oltre duecento testi di alchimia e discipline affini. Dal 2010, così, con la collaborazione della Biblioteca del Politecnico Federale di Zurigo, una parte considerevole del patrimonio librario di Jung è entrata a far parte del catalogo e-rara, una piattaforma digitale per la consultazione di volumi antichi conservati nelle biblioteche svizzere. La Psicologia Analitica è rappresentata istituzionalmente, oggi, da una società internazionale, la International Association for Analytical Psychology (IAAP), fondata nel 1955, e dalle società nazionali a essa legate: per l’Italia, l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA), fondata nel 1961; il Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA), nato nel 1966; l’Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica (ARPA), costituita nel 1996 e riconosciuta dal 1998; e il Laboratorio Italiano di Ricerche in Psicologia Analitica (LIRPA), originato nel 2011. La vitalità dell’approccio psicologico-analitico è testimoniato dalla qualità e dalla quantità di contributi scientifici ospitati in diverse collane editoriali e riviste scientifiche. Le più antiche sono rappresentate dagli Eranos-Jahrbücher, collana di studi interdisciplinari edita ininterrottamente dal 1933, e dalle riviste di lingua inglese Spring: A Journal of Archetype and Culture, pubblicata dal 1941, Harvest, fondata nel 1954, e The Journal of Analytical Psychology, stampato dal 1955. In lingua italiana, ricordiamo la Rivista di Psicologia Analitica, edita dal 1970 (AIPA), Studi junghiani (AIPA), La pratica analitica (CIPA), i Quaderni di cultura junghiana (CIPA), Enkelados (CIPA), L’Ombra (ARPA), il Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e LetteraturaBabeleTempo d’analisi. Paradigmi junghiani comparati e Atque. Materiali tra filosofia e psicoterapia. Tra le riviste non più pubblicate, invece, L’immaginale, AnimaKlaros, Immediati dintorni e Psicodramma Analitico.

Jung praticò l’analisi per gran parte della propria vita professionale. Si dedicò alla pratica psicoterapeutica privata dal 1909, anno in cui aveva rinunciato al proprio incarico presso la clinica psichiatrica zurighese Bürghölzli. Del resto, benché abbia scritto in più opere a proposito del proprio modo di fare analisi e del suo approccio al lavoro con i sogni e con l’immaginazione attiva, Jung non descrisse mai casi clinici nel dettaglio. Al di là di ovvie ragioni di confidenzialità, non voleva infatti dare l’impressione che l’analisi potesse essere svolta in un unico modo. Spesso, invece, il materiale clinico fornito dai suoi pazienti veniva da lui utilizzato come base empirica per conferenze e seminari. Riconobbe, per esempio, di avere “ricavato tutto il materiale empirico dai miei pazienti, ma la soluzione del problema l’ho ricavata dall’interno, dalle mie osservazioni dei processi inconsci.” A ogni modo, nei casi in cui si trovò a illustrare l’evoluzione interiore dei suoi pazienti attraverso i loro sogni e le loro immaginazioni attive, Jung fornì sempre pochissime informazioni sulle loro vite. In un seminario, per esempio, dopo avere fornito alcune minime informazioni sulla personalità della paziente, Jung dichiarò la propria scelta di omettere “intenzionalmente i dettagli personali, perché per me significano ben poco. Tutti noi siamo affascinati dalle circostanze esterne, e queste allontanano le nostre menti dalla questione reale, ovvero ciò che dentro noi stessi risulta scisso. Le apparenze ci abbagliano e non riusciamo a vedere il vero problema”. Questa scelta di campo era coerente, del resto, con ciò che avrebbe successivamente espresso nella sua “autobiografia”, Ricordi, sogni, riflessioni (1961), segnalando: “Le sole vicende della vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte. Ecco perché parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni. Questi costituiscono parimenti la materia prima della mia attività scientifica: sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce, cristallizzandosi, la pietra che deve essere scolpita.” Nel 1913 Jung aveva dato avvio a un personale viaggio di esplorazione del proprio inconscio: egli evocava di proposito una fantasia in stato di veglia, per poi addentrarsi in essa, come se si trattasse di una rappresentazione teatrale. Trascrisse queste fantasie in una serie di taccuini, i Libri neri (1913-1932), che rappresentano il resoconto di un “pensiero espresso in forma drammatica” e la testimonianza di ciò che Jung stesso avrebbe successivamente riconosciuto come il proprio “esperimento più difficile”. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, inoltre, Jung si convinse che alcune di queste visioni erano state delle precognizioni di tale evento. Questo lo portò a comporre la prima bozza del Libro rosso (o Liber novus), nel quale trascrisse le principali fantasie raccolte nei Libri neri, accompagnate da commentari interpretativi, elaborazioni liriche e un ricco apparato di illustrazioni. Considerando la propria sperimentazione come paradigmatica, Jung si propose quindi di mostrare come i processi inconsci descritti nel Libro rosso non fossero una esperienza specificamente sua, ma come fosse possibile ritrovare quei temi, quei soggetti e quelle dinamiche anche nell’esperienza psicologica di altri. A questo fine, i suoi pazienti erano istruiti su come condurre immaginazioni attive, avviare dialoghi interiori e “oggettivare” attraverso il disegno o la pittura le proprie fantasie. Jung era solito chiedere ai suoi pazienti una copia delle raffigurazioni da loro realizzate con la pratica dell’immaginazione attiva; molte di queste serie di immagini confluirono via via nell’Archivio iconografico del C.G. Jung-Institut di Zurigo, dove sono tuttora visionabili. Dagli anni della Prima Guerra Mondiale, in definitiva, Jung trasformò significativamente la propria pratica professionale, modificò la sua idea di psicoterapia e, sulla base delle sue esperienze personali, stabilì ciò che è tuttora conosciuto come “analisi junghiana”: non più connessa univocamente con il trattamento di una patologia, la psicoterapia divenne uno strumento di sviluppo della personalità, destinato a chiunque si confronti con le problematiche del corso della vita e dei suoi compiti evolutivi

Jung, fortemente introverso, alternò regolarmente momenti di lavoro solitario a un intenso coinvolgimento in contesti comunitari. Ricordiamo come i suoi analizzandi, come parte integrante del loro lavoro interiore, fossero sollecitati a studiare in una prospettiva comparata le immagini che comparivano nei propri sogni. Questo richiedeva la lettura di testi che, in quegli anni, erano spesso difficili da reperire. Per rendere questo materiale più facilmente accessibile agli allievi, all’inizio del 1916 fu creato un Club Psicologico a Zurigo. Nelle intenzioni di Jung, il Club, che contava inizialmente una sessantina di membri, aveva lo scopo di studiare la relazione tra individui e gruppo, creare uno spazio naturale di osservazione psicologica non assoggettata ai limiti dell’analisi individuale e, anche, offrire ai pazienti un luogo in cui poter imparare ad adattarsi a situazioni comunitarie e sociali. I membri del Club, analisti e analizzandi, potevano incontrarsi e interagire tra loro, consultare materiali di lettura e ascoltare conferenze sul simbolismo tenute da importati studiosi di molteplici provenienze disciplinari. Gli incontri avvenivano mensilmente e prese forma, poco per volta, una biblioteca di testi rilevanti. Nel frattempo, continuavano a tenersi gli incontri della Associazione di Psicologia Analitica, fondata nel 1914 e composta da un corpo professionale di psicoterapeuti. Prima della II Guerra Mondiale, sul modello zurighese, presero vita altri Club a Londra, New York e San Francisco, mentre il Club di Los Angeles fu fondato solo nel 1944. Altri circoli formatisi in Europa non sopravvissero alla guerra. Questi cenacoli rappresentarono le principali strutture per la formazione e la diffusione della Psicologia Analitica prima della creazione della Society of Analytical Psychology di Londra (nel 1946), del C.G. Jung-Institut di Zurigo (nel 1948) e della International Association for Analytical Psychology (nel 1955). Né potrebbe essere dimenticato il coinvolgimento di Jung nel progetto congressuale di Eranos (dal greco, “convivio” o “banchetto”), avviato ad Ascona, nella Svizzera Italiana, nel 1933, per iniziativa di Olga Fröbe-Kapteyn (1881-1962). L’interesse da parte di Jung per la fenomenologia della religione rappresentò il punto di contatto tra la sua opera e quella di molti altri psicologi, mitologi, teologi e storici delle religioni che, per un ventennio (dal 1933 al 1952), egli ebbe modo di incontrare nell’ambito dei simposi sul Lago Maggiore. La loro fondatrice, che coltivò con Jung un legame intellettuale profondo e duraturo, descrisse Eranos come “una nuova forma di erudito lavoro di gruppo e di collaborazione, nella quale specialisti in molti ambiti di ricerca si uniscono ogni anno nella presentazione e nella discussione di un singolo tema”. A testimonianza della vitalità del pensiero junghiano, il Club Psicologico ha festeggiato nel 2016 il suo centenario e la Fondazione Eranos prosegue tutt’oggi le sue attività.

Inizialmente non favorevole alla psicoterapia di gruppo, in quanto temeva potesse allontanare dal percorso individuativo ed esporre l’analizzato a una situazione caratteristica della psicologia delle masse (diminuendone quindi il senso critico e favorendone la regressione psichica), Jung nel 1955 modificò questa opinione, parlando dell’analisi di gruppo come utile e complementare all’analisi individuale. Il fondatore della Psicologia Analitica, nel corso degli anni, influenzò profondamente il lavoro con i gruppi. Quando era ancora membro della Società Psicoanalitica Internazionale, ebbe infatti in analisi uno dei pionieri della terapia di gruppo, ovvero lo psicoanalista statunitense Trigant Burrow (1875-1950). Già nel 1925 Burrow riteneva che il conflitto nevrotico avesse una origine sociale, sviluppandosi in campi relazionali gruppali come la famiglia originaria. Sosteneva inoltre che il gruppo costituisse l’alveo ideale e la più efficace modalità di trattamento dei disturbi psichici. Scrivendo che “il sogno è un teatro in cui chi sogna è scena, attore, suggeritore, regista, autore, pubblico e critico insieme”, Jung stesso concepiva l’inconscio come un insieme di relazioni tra personaggi e ruoli del mondo interiore. Immaginava inoltre l’inconscio collettivo – un costrutto così centrale per il lavoro clinico con i gruppi – come un insieme di “vasi comunicanti” che uniscono i singoli individui e in cui scorrono informazioni, segreti e rappresentazioni immaginifiche a livello inconsapevole. L’ipotesi junghiana dell’inconscio collettivo, inteso come “condizione o fondamento della psiche stessa, esistente universalmente e dappertutto identica”, influenzò profondamente anche il pensiero di Siegmund Heinrich Foulkes (1898-1976), il fondatore della gruppoanalisi, il quale riconobbe come la sua concezione di “matrice di base” o “matrice di fondazione” fosse stata ispirata proprio dal pensiero e dagli studi di Jung. Quest’ultimo, in effetti, aveva parlato dell’inconscio nei termini di una “matrice di quelle cose di cui la coscienza vorrebbe liberarsi. [Ma] l’inconscio crea anche contenuti nuovi. Tutto ciò che lo spirito umano creò è provenuto da contenuti che, in ultima analisi, erano germi inconsci”. Per Foulkes, in particolare, la “matrice di base” è ciò che si è sedimentato nella psiche lungo le generazioni, la gruppalità degli antenati che agiscono tuttora in noi come ruoli interni. Nel 1926 Jung ebbe anche in cura Rowland Hazard (1881-1945). Avendo constatato che il grave problema di intossicazione dall’alcol di cui soffriva il suo paziente sembrava non beneficiare dei classici trattamenti psichiatrici del tempo, Jung gli suggerì, per la sua dipendenza, quella che gli era sembrata l’unica soluzione possibile: una “vitale esperienza religiosa” ovvero una conversione spirituale tale da produrre una radicale ristrutturazione della personalità. Colpito dalle parole di Jung, Hazard aderì all’Oxford Group, un gruppo religioso appartenente al movimento cristiano evangelico, e divenne quindi ispiratore dell’organizzazione conosciuta come Alcolisti Anonimi, creata negli Stati Uniti nel 1935 e oggi diffusa in tutto il mondo. Un ulteriore modello di lavoro di gruppo ispirato dal pensiero di Jung, sviluppatosi negli anni ’80, è il Social Dreaming di W. Gordon Lawrence, un metodo di formazione che nasce, e rimane fortemente radicato, nella tradizione di studi del Tavistock Institute of Human Relations sulle realtà lavorative, sulle organizzazioni e sulle istituzioni. Il Social Dreaming ha luogo in un modulo di lavoro, inserito nell’ambito di un progetto di formazione o di consulenza organizzativa, chiamato anch’esso “matrice”. Il compito primario del Social Dreaming è “la scoperta dei significati sociali dei sogni disponibili nella matrice” o, più specificamente, “la trasformazione del pensiero attraverso l’esplorazione dei sogni, grazie ai metodi della libera associazione, dell’amplificazione e dell’uso del pensiero sistemico per creare collegamenti e trovare connessioni, così da pensare nuovi pensieri”. Nella teorizzare il suo modello, Lawrence era rimasto colpito dall’esperienza di Jung di avere visioni di avvenimenti politici che avrebbero sconvolto l’Europa da lì a breve, documentate nel Libro rosso e successivamente raccontate in Ricordi, sogni, riflessioni (1961). Lawrence era inoltre a conoscenza del significato che i sogni avevano avuto per millenni nella vita sociale e culturale dell’umanità, grazie alla lettura dei lavori di (tra gli altri) Laurens van der Post (1906-1996), un antropologo vicino all’opera di Jung.

Tra gli sviluppi della Psicologia Analitica in ambito gruppale vi è lo psicodramma analitico di matrice junghiana o, più semplicemente, psicodramma junghiano, nel quale viene coniugato lo psicodramma classico di Jacob Levi Moreno (1889-1974) con le teorie di Jung. Nello psicodramma junghiano, sviluppato inizialmente in modo indipendente in Svizzera – per opera di Helmut Barz (1932-2007) e Ellynor Barz (1931-2013) – e in Italia – con Giulio Gasca e Maurizio Gasseau –, gli analisti utilizzano le drammatizzazioni per accompagnare i membri del gruppo nel loro processo d’individuazione, con una attenzione particolare alla serie di sogni presentati e drammatizzati e  l’ausilio di tecniche di immaginazione attiva. La solidità scientifica dell’indirizzo psicodrammatico junghiano è attestata da un numero di studi teorici e clinici ormai sempre più ampio. Così come la terapia psicologico-analitica, infatti, anche la clinica psicodrammatica a indirizzo junghiano si è aperta a ricerche e studi di esito (outcome) condotti con le moderne metodologie di ricerca empirica; tali ricerche, in Italia, si sviluppano all’interno del network di confronto sulla Ricerca empirica in terapia psicodinamica di gruppo, attivo nell’ambito della Society for Psychotherapy Research (SPR).

Bibliografia introduttiva
  • Carotenuto, A. (a cura di) (1992). Trattato di Psicologia Analitica. Torino: UTET
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  • Jung, C.G. (1961). Ricordi, sogni, riflessioni, a cura di A. Jaffé. Milano: Biblioteca Universale Rizzoli, 1992
  • Jung, C.G. (1965-2007). Opere. A cura di L. Aurigemma. Torino: Bollati Boringhieri (24 voll.)
  • Kirsch, T.B. (2002). The Jungians. A Comparative and Historical Perspective. London: Routledge
  • Pieri, P.F. (1998). Dizionario junghiano. Torino: Bollati Boringhieri
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  • Samuels, A., Shorter, B., Plaut, F. (1986). Dizionario di Psicologia Analitica. Milano: Raffaello Cortina, 1996
  • Shamdasani, S. (2003). Jung e la creazione della psicologia moderna. Il sogno di una scienza. Roma: Ma.Gi., 2007