I Seminari della Scuola di Formazione Permanente si tengono presso il Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti” di Ivrea. Per aderire ai Seminari in programmazione per il 2018 o per maggiori informazioni, si prega di prendere contatto con l’Istituto (sfp@ipap-jung.eu). Alcune delle iniziative in programma sono inserite nel piano di formazione dell’Azienda Sanitaria Locale ASL TO4 e accreditate nel Sistema di Formazione Continua in Medicina (ECM) della Regione Piemonte; per tali attività, indipendentemente dalla necessità di ottenere i Crediti ECM, l’iscrizione dovrà essere completata registrandosi alle singole iniziative seminariali attraverso il Portale per la Formazione in Sanità della Regione Piemonte.

  • Gian Piero Quaglino | I Ching: il libro della versatilità | Vistaterra Country Resort – Castello di Parella | Domenica 8 luglio 2018, ore 09:00-18:00 (Locandina)
    Una giornata di studio dedicata all’I Ching: il “libro dei mutamenti” o della “versatilità”. Una introduzione ai simboli e alle immagini contenute nei 64 esagrammi, che compongono il più antico testo oracolare a noi pervenuto attraverso i millenni. Un avvicinamento alla pratica di consultazione e di interpretazione dei suoi responsi.
    IPAP-IChingLe origini dei testi che costituiscono l’I Ching sono legate a pratiche divinatorie sciamaniche di remota antichità. È solo intorno al 1000 a.C. che interviene la scrittura a organizzare i testi oracolari in un sistema ordinato di linee: gli esagrammi. Da quel momento, l’I Ching diviene quell’opera di sapienza e saggezza che noi oggi conosciamo come Il libro della versatilità. È anzitutto di questo che l’I Ching parla: del movimento e del mutamento, del divenire e del cambiare. E tutto questo è riassunto nelle sessantaquattro figure che, con possibili infinite variazioni, costituiscono altrettanti “suggerimenti” offerti a chi si disponga a interrogare l’oracolo. L’importanza e la preziosità del testo dell’I Ching è, per noi occidentali, scoperta recente. Non più di un secolo fa, la prima traduzione in tedesco del 1923 affascinò Carl Gustav Jung, che scrisse nel 1949 la prefazione alla prima edizione inglese. Come possiamo avvicinarci al testo? In che modo possiamo consultare l’oracolo? Interrogare l’I Ching è sicuramente un esercizio di interpretazione unico nel suo genere, capace di orientare il nostro sguardo alle immagini interiori che ci abitano e di arricchire la visione dei paesaggi che queste immagini compongono e ricompongono delle nostre più profonde trasformazioni.
  • Gian Piero Quaglino | Pensare semplice | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Sabato 6 ottobre 2018, ore 09:00-18:00
    La semplicità non è “farla facile”: è “andare al nocciolo”. La semplicità non è il punto di partenza: è il punto di arrivo della capacità di comprendere la complessità afferrando l’essenziale, trovando la sintesi. Pensare “semplice” richiede intuito, immaginazione e creatività. Un seminario di una giornata per apprendere i segreti della semplicità misurandosi con rebus, indovinelli e koan, tra Oriente e Occidente.
    IPAP-SemplicitàLa semplicità è sinonimo di molte cose: ad esempio, di facilità, di chiarezza, di linearità e di essenzialità. La semplicità è anche sinonimo di naturalezza e spontaneità, di schiettezza e sincerità. La semplicità è un modo di pensare e di fare, ma anche, e sempre di più di questi tempi, un modo di essere e di vivere, un mondo di valori di sobrietà e frugalità, un’etica dell’autenticità e della verità. Per quanto importante sia la semplicità, una cosa comunque è certa: la semplicità non è affatto semplice. Non basta il buon senso, non è “un sapere minimo”. La semplicità non è un punto di partenza. Piuttosto, è un punto di arrivo, un “sapere ultimo” che si può ottenere solo sviluppando una piena padronanza del suo opposto: cioè di quello che indichiamo come complessità. Senza padronanza della complessità, infatti, la semplicità nell’analisi dei problemi, nella definizione di soluzioni, nella presa di decisioni, nella ricerca del cambiamento non si risolve in altro che in semplicismo. E con il semplicismo, anziché semplificare, non si produce che altra complessità. Guardiamo dunque alla semplicità come a una vera e propria disciplina, come a una specifica competenza. “Pensare semplice” significa essere capaci di condensare e riassumere, ma anche di immaginare e anticipare. Semplicità è immediatezza, lucidità, visione. E comunque la semplicità non si esegue: è un fatto di creatività.
  • Alessandro Defilippi | Un’immortalità all’indietro. Leggere e scrivere per vivere più vite | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Sabato 20 ottobre 2018, ore 09:00-18:00
    La narrazione è un antidoto alla paura della morte, un modo per disporre in un ordine gli eventi della nostra storia personale o delle tante storie che percorrono la nostra anima e il mondo. E attraverso quell’ordine tenteremo di dare un senso alla vita e alla sua finitudine. In questa giornata, dedicata a leggere e a scrivere storie, cercheremo di imparare che ciò ci permette di vivere altre vite oltre alle nostre.
    IPAP-DefilippiUmberto Eco scrisse: “Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” E Scarlett Thomas a sua volta, in uno dei suoi romanzi: “Abbiamo bisogno della narrativa perché siamo condannati alla morte.” Possiamo intendere queste frasi come se dicessero: la narrativa è l’antidoto alla paura della morte; ci permette di vivere più vite, anche se soltanto immaginalmente, e infatti il periodo delle grandi letture è quello dell’adolescenza, in cui le possibilità paiono infinite e non si sono ancora ristrette nei binari della quotidianità. Allo stesso modo, in età avanzata torneremo ad avvicinarci alla narrativa con voracità, come a esplorare tutto quello che ci siamo perduti e che perderemo e anche come a battere strade nuove, ora che il tempo si va riducendo. Non a caso, Eliot scrive: “I vecchi dovrebbero essere esploratori.” D’altronde, quelle stesse narrazioni che ci consolano e che ampliano l’esperienza che abbiamo di noi stessi sono anche un modo di avvicinarci alla morte e di aderire consapevolmente a essa. Basti pensare a un racconto come La morte di Ivan Il’ič di Tolstoi o al mito di Alcesti: la loro lettura ha qualcosa in comune con gli esercizi spirituali dei gesuiti, in cui ci s’immagina nella morte. Ci immerge, anche tramite l’angoscia che ci trasmette, in un sentimento di maggiore pienezza, di maggiore adesione alla nostra identità. Ci rende, in poche parole, più centrati e consapevoli, dandoci una percezione di maggiore profondità. Diveniamo più coscienti della tensione tra i due opposti, Vita e Morte, e di come ci sia necessario cercare tra essi un personale equilibrio. Come e più ancora della lettura, la scrittura ha non soltanto un valore creativo e autoterapeutico, ma ci offre la possibilità di immergerci in una storia che non è quella che attualmente viviamo: la storia della nostra memoria o quella dei personaggi che emergono da noi. Narrare e leggere storie ci permette di vivere molte vite.
  • Marina Barioglio | Abitare la terra. Pratiche immaginali per vivere poeticamente nel mondo | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Sabato 27 ottobre 2018, ore 09:00-18:00
    Esiste un’intima corrispondenza tra noi e una madre Terra viva e pulsante, rivelatrice di un mistero cui la nostra cultura razionalista ci impedisce di partecipare, ma di cui l’arte simbolica può ancora farsi mediatrice. Con l’aiuto di immagini poetiche, pittoriche, filmiche e musicali, cercheremo di intensificare la nostra sensibilità in relazione alle valenze simboliche dell’”archetipo della Terra” e di sperimentare una attitudine partecipativa nei confronti del mondo che ci ospita e dalla cui integrità dipende la nostra vita.
    4DPict (6)Poeticamente abita l’uomo sulla terra è un verso di intensa e profonda risonanza attribuito Friedrich Hölderlin, uno dei poeti più folli e visionari della nostra tradizione. Un verso che urla, come direbbe Jung, alludendo alla densità simbolica di questa locuzione, al suo potere allusivo, evocativo di una segreta corrispondenza tra uomo e mondo, rivelatore di un mistero che la maggior parte di noi adulti, ragionevoli, istruiti, civilizzati, non riesce più a cogliere, a cui non sappiamo più partecipare. Il mistero di una Terra madre e dea, o matrigna che sia, ma comunque animata, di un organismo vivente, di un grande animale di cui, secondo le antiche filosofie ermetiche (e le recentissime teorie scientifiche), tutti facciamo parte, cui la nostra personale esistenza partecipa e al cui destino è indissolubilmente legata. Da questo punto di vista, lo stato di degrado, le sofferenze, le ferite che oggi affliggono il nostro pianeta (e, di conseguenza, la nostra vita e la nostra anima) derivano proprio dalla perdita di quella “sensibilità poetica” che sa riconoscere la natura simbolica di ogni cosa, evento, fenomeno, ne sa cogliere e rispettare la vocazione, l’orientamento, il senso. In parte ispirato alle pratiche immaginative di Jung e al fare anima di Hillman, l’approccio immaginale insegue la possibilità di riconquistare quella sensibilità grazie alla mediazione delle opere di poeti, artisti, registi ancora oggi orientati da una “vocazione” simbolica e attraverso specifici “esercizi” di ermeneutica simbolica. Obiettivo del seminario sarà allora ampliare a approfondire l’immaginario dei partecipanti in relazione all’archetipo della Terra e alle sue numerose implicazioni simboliche, e soprattutto fare esperienza di un atteggiamento generoso, contemplativo e partecipativo, sensibile e delicato, di una modalità di ri-conoscenza del mondo che ci consenta di abitarlo in modo pacifico e rispettoso, deponendo quelle pretese di sfruttamento, appropriazione, ordinamento e dominio che, nella nostra cultura, hanno contribuito a inaridirlo e a esiliarci da esso.
  • Gian Piero Quaglino | Il talento empatico | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Sabato 3 novembre 2018, ore 09:00-18:00 (ECM)
    L’empatia non è solo quel sentimento di vicinanza e compassione che possiamo provare per le sofferenze degli altri. L’empatia e’ ben altro: è la capacità di immedesimarsi nelle vite degli altri, di saperle ascoltare,di saperle rispecchiare e così di aiutarne la comprensione. Una giornata di studio sull’empatia come capacità decisiva per ogni relazione di aiuto e di cura.
    IPAP-EmpatiaQualcuno dice che di empatia si parla fin troppo di questi tempi. Potrà anche essere vero. Ma chiunque vive di relazioni (cioè praticamente tutti) sa che di empatia non ce ne è mai abbastanza. E sa, soprattutto, quanto sia difficile offrirla e riceverla. Parliamo dunque di empatia come di un dono prezioso, ma soprattutto come di una dote particolare che ci avvicina alle “vite degli altri”. Cerchiamo tuttavia di intenderla nel modo giusto, perché effettivamente se non è vero che di empatia si parla troppo, non è altrettanto vero che se ne parli sempre nel modo appropriato. Al di là del pur apprezzabile risvolto “compassionevole” che esprime vicinanza e partecipazione nei confronti degli altri, l’empatia va anzitutto intesa come quella speciale capacità di immedesimarsi e di rispecchiarsi nelle vite degli altri, e al tempo stesso di restituire agli altri nuove prospettive di immedesimazione e rispecchiamento per sé. Prima che non un pensiero, dunque, l’empatia è un sentimento che occorre coltivare in tutti i suoi molteplici risvolti. Un sentimento di cui si può essere più o meno capaci, un saper “sentire” di cui si può essere più o meno dotati. È evidente che l’empatia è dunque, potremmo dire, una competenza indispensabile e uno strumento decisivo per tutte quelle professioni che pongono al centro il tema della relazione: della relazione di ascolto, di aiuto e di cura.
  • Gianfranco Bonola | Dinamiche della sofferenza e del suo superamento secondo il Buddhismo e nel contesto indiano | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Sabato 10 novembre 2018, ore 09:00-18:00 (ECM)
    Il tema della sofferenza ha una importanza centrale nella riflessione dell’Oriente, tra Induismo, Buddhismo e Jainismo. Il seminario propone una riflessione sulle forme del dolore, ma soprattutto sugli insegnamenti che esse offrono per dare significato pieno e profondo all’esistenza umana e alla sua liberazione.
    IPAP-SofferenzaIl seminario approfondirà le dinamiche della sofferenza e, insieme, del suo superamento nella cornice del pensiero buddhista e, in generale, nel contesto indiano. Il tema della sofferenza, infatti, assume una importanza centrale nella riflessione elaborata dalla cultura dell’India antica, soprattutto per quanti cercavano una soluzione definitiva al problema dell’esistenza e, per concentrarsi su questo compito, divenivano dei “rinuncianti”, ossia abbandonavano la vita sociale, la famiglia e gli scopi “mondani”. In tale contesto, hanno preso forma diverse correnti spirituali (fra cui il Buddhismo, l’Induismo e il Jainismo), dalle quali è stata sviluppata una riflessione approfondita sul dolore, le forme in cui si manifesta, la sua origine e, anche, la possibilità di arrivare a estirpare la radice che mantiene l’esistenza umana legata alla sofferenza. Queste vie di sapienza, che si differenziano per parecchi aspetti, ci hanno tramandato in una ricca varietà di testi le loro proposte di soluzione e, insieme, la testimonianza delle grandi doti di empatia e di condivisione che hanno promosso e ancora sanno ispirare quanti le accostano.
  • Paolo Mottana | Il calice della ferita. La simbolica della discesa | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Sabato 17 novembre 2018, ore 09:00-18:00
    La ferita, come figura che riassume analogicamente le infinite forme del danno, del dolore, del nero nella vita, è spesso un punto di svolta nell’esperienza umana. A seconda delle condizioni in cui si manifesta, può diventare caduta abissale, ostacolo momentaneo e rapidamente anestetizzato o anche poros, via, opportunità per una revisione profonda del proprio processo di soggettivazione. In particolare, può divenire l’alambicco in cui distillare una nuova postura nei confronti del mondo, più sensibile ai pregi della discesa. Nella giornata indagheremo, attraverso l’incontro con il volto immaginale della ferita, la sua potenza trasformativa.
    IPAP-Mottana-SFPIl seminario intende esplorare la simbolica della ferita, da intendersi come la lacerazione nel tessuto della vita che induce una mancanza. Il simbolo della ferita ha uno spettro di significazioni molto ampie, che vanno dal passaggio, alla scissione, alla perdita, alla morte. La sua nebulosa immaginaria si colloca prevalentemente nell’ambito del regime notturno dell’immaginazione simbolica (G. Durand), ma conosce forme che possono rientrare anche tra le espressioni catamorfe di quello diurno (abisso, caduta). La ferita appare, in molte tradizioni esoteriche, come l’esordio di un percorso di discesa e di annerimento, preludio di una rinascita o di una iniziazione. In questo senso la ferita è anche un calice attraverso cui “fare anima” (J. Hillman) o intraprendere una via spirituale. Inoltre, la ferita è anche lo stigma dell’amore, come incontro con l’infinito (l’eros cosmogonico che si affaccia nell’incontro d’amore). La ferita, nella sua nuda letteralità, è comunque l’incontro con la finitezza, ed è un incontro che può volgere in direzioni molto diverse. La “tentazione della notte” (F. Bonardel) è sempre possibile, così pure come la cronicizzazione della ferita o la caduta irreversibile. La ferita, nelle sue molteplici manifestazioni e nei suoi inesauribili significati, sarà così il perno di un percorso di conoscenza immaginale e si effettuerà attraverso la relazione profonda e partecipativa con opere di natura simbolica, provenienti dal mondo dell’arte e delle altre discipline della creazione immaginatrice (H. Corbin).
  • Claudia Piccardo | Confrontarsi con la morte: per una pratica professionale compassionevole | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Sabato 24 novembre 2018, ore 09:00-18:00 (ECM)
    Confrontarsi con il tema della morte è un evento ricorrente, e inevitabile, nella vita professionale di chi vede nella “cura” l’elemento fondamentale del proprio lavoro. Nel corso della giornata, ci chiederemo come sia possibile instaurare una relazione con i morenti e i loro famigliari tale da essere presenti a se stessi, pienamente “vivi”, raggiungere la necessaria calma mentale e corporea, aprire il proprio cuore, ascoltare il silenzio dentro di sé, vivere la compassione.
    nnkjadhebgahacacQuali sono le parole, le immagini e le emozioni attraverso le quali pensare la morte, parlarne, afferrarla e contenerla? Quali sono i modi possibili affinché l’esplorazione del tema della morte sia occasione di crescita personale e professionale, al di là dei suoi aspetti puramente biomedici? Come avere accesso alle altre dimensioni, a quelle sociali, affettive ed emotive con quello “sguardo interiore” capace di mettere in gioco noi stesse/i in prima persona? E, soprattutto, come “sostenere” la morte senza sentirsi sconfitti come operatori della salute? E come è possibile accompagnare i famigliari coinvolti? Il seminario intende proporre percorsi di riflessione e di ricerca rispetto a questi interrogativi, e suggestioni per nuovi stili operativi, al fine di trovare parole che permettano una condivisione nella profonda solitudine che caratterizza questo evento. Per essere presenti a se stessi, pienamente “vivi”, fare la tara della razionalità che analizza, interpreta e giudica, così da osservare in profondità ciò che accade, nella totale libertà da ogni dogma, “distesi” psichicamente e fisicamente, per raggiungere la necessaria calma mentale e corporea, aprire il proprio cuore, ascoltare il silenzio dentro di sé, vivere la compassione.
  • Gian Piero Quaglino | I Ching: il libro della versatilità. Una introduzione [seconda edizione] | Vistaterra Country Resort – Castello di Parella | Domenica 25 novembre 2018, ore 09:00-18:00
    Una giornata di studio dedicata all’I Ching: il “libro dei mutamenti” o della “versatilità”. Una introduzione ai simboli e alle immagini contenute nei 64 esagrammi, che compongono il più antico testo oracolare a noi pervenuto attraverso i millenni. Un avvicinamento alla pratica di consultazione e di interpretazione dei suoi responsi.
    IPAP-IChingLe origini dei testi che costituiscono l’I Ching sono legate a pratiche divinatorie sciamaniche di remota antichità. È solo intorno al 1000 a.C. che interviene la scrittura a organizzare i testi oracolari in un sistema ordinato di linee: gli esagrammi. Da quel momento, l’I Ching diviene quell’opera di sapienza e saggezza che noi oggi conosciamo come Il libro della versatilità. È anzitutto di questo che l’I Ching parla: del movimento e del mutamento, del divenire e del cambiare. E tutto questo è riassunto nelle sessantaquattro figure che, con possibili infinite variazioni, costituiscono altrettanti “suggerimenti” offerti a chi si disponga a interrogare l’oracolo. L’importanza e la preziosità del testo dell’I Ching è, per noi occidentali, scoperta recente. Non più di un secolo fa, la prima traduzione in tedesco del 1923 affascinò Carl Gustav Jung, che scrisse nel 1949 la prefazione alla prima edizione inglese. Come possiamo avvicinarci al testo? In che modo possiamo consultare l’oracolo? Interrogare l’I Ching è sicuramente un esercizio di interpretazione unico nel suo genere, capace di orientare il nostro sguardo alle immagini interiori che ci abitano e di arricchire la visione dei paesaggi che queste immagini compongono e ricompongono delle nostre più profonde trasformazioni.
  • Gian Piero Quaglino | L’arcana lingua del sogno | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Sabato 1° dicembre 2018, ore 09:00-18:00
    La lingua del sogno la conosciamo: è bizzarra, fantasiosa, stravagante fino all’inverosimile, fino all’assurdo. E sempre indecifrabile, enigmatica e misteriosa. Eppure ci appartiene dal profondo, è la nostra lingua notturna, parla di noi. Un seminario di una giornata per riprendere confidenza e familiarità con il sogno, per esercitarci a comprenderne i messaggi, gli insegnamenti e le promesse.
    IPAP-sognoBizzarro, stravagante, eccentrico e paradossale. È in queste tonalità che il sogno, come tutti sappiamo, si esprime. La lingua del sogno non solo è inconsueta e inusuale: non solo non appartiene all’“ordinario”. La lingua del sogno è fantasiosa sino all’inverosimile, immaginifica fino all’assurdo. La lingua del sogno, soprattutto, è unica e irripetibile. Eppure appartiene a tutti e a ciascuno: è collettiva e singolare nello stesso tempo. E la questione che per ogni sogno si ripropone è sempre la stessa: un rompicapo, un enigma, un mistero. Per decifrare questo rebus che il sogno è si sono seguite, nel corso della storia, infinite piste, dalla oniromanzia antica fino alle moderne teorie psicologiche. Nessuna di queste chiavi, abbiamo il sospetto, è tuttavia capace di rivelare, di svelare, la trama nascosta del sogno. Perché non rinunciare ad ogni chiave di lettura teorica e affidarci, allora, a quella formula semplice che anche Carl Gustav Jung condivideva: “il sogno è la sua stessa interpretazione”? D’altra parte, il sogno è rimasto nel nostro mondo contemporaneo l’unico luogo nel quale si possa dire di essere perfettamente irraggiungibili: di poter mettere alla prova sé stessi fino in fondo. Apprendere qualcosa della lingua del sogno potrebbe rivelarsi, dunque, la sola via di accesso, o anche solo di avvicinamento, alla propria verità.
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