la_bella_dormienteIl suggestivo profilo di Punta Quinseina o Quinzeina (2344 m. s.l.m.) dal versante eporediese richiama quello di una donna addormentata e, per questo, prende anche il nome di “Bella Dormiente”. Punta Quinseina, appartenente alle Alpi Graie e, più specificamente, alle Alpi del Gran Paradiso, si trova in Provincia di Torino, tra i comuni di Frassinetto e Castelnuovo Nigra. Collocata tra la Valle Soana e la Valle Sacra, entrambe tributarie del torrente Orco, il suo versante sud-est è parzialmente incluso nei comuni di Colleretto Castelnuovo e Borgiallo, i cui territori convergono sull’anticima sud della montagna.

IPAP-bella_dormiente-cut-scritte copiaIl profilo femminile della “Bella Dormiente”, rappresentata dall’immaginazione con capelli fluenti, il corpo in posizione supina e il viso rivolto verso il cielo, è particolarmente riconoscibile dalla prospettiva dell’anfiteatro morenico di Ivrea, da cui è possibile individuarne immediatamente i lunghi capelli (le dorsali meridionali declinanti verso il Pian Confier, 1373 m.), il viso (Punta Quinseina Sud, 2231 m., la Quota 2270 m. e la Finestra 2219 m.), il petto (Punta Quinseina Nord, 2344 m., e Punta Bersella, 2363 m.), le gambe (Piano dei Francesi, 2169 m.) e i piedi (Punta di Verzel, 2406 m.).

logoFBokySi ispira a questa immagine il logo scelto dalla Associazione per lo studio della Psicologia Analitica e dello Psicodramma junghiano (APAP) per il suo organo didattico, l’Istituto di Psicologia Analitica e Psicodramma (IPAP), Scuola di Specializzazione in Psicoterapia (Ric. D.M. 25-05-2016, N. 1063). Il motto dell’Istituto, “Who looks inside, awakes“, è invece ricavato da un passo di una lettera di Carl Gustav Jung: “… La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si risveglia” (C.G. Jung, lettera a Fanny Bowditch del 22 ottobre 1916, in: Lettere. 1906-1961, Vol. I).

La leggenda vuole che vi sia stato un tempo in cui “… potenti maghi, con le loro alchimie, abitavano ancora le vallate del Canavese. Grandi esseri, ammirati, odiati, e temuti dal popolo delle valli. Non erano umani, ma nefandezze degli Dèi, incastri magici tra uomini e cielo. Tra questi si distingueva, per malvagità e forza, Nestòrh. Nestòrh l’immortale; l’unico che si poteva avvicinare agli Dèi e guardarli negli occhi senza temerne lo sguardo; il solo che era arrivato alle soglie della conoscenza della Vita e della Morte. Gli Dèi lo temevano e non potevano sopportare che una loro creatura avesse acquisito una così grande potenza e arroganza. Era venerato dagli uomini alla stregua di un Dio; in suo onore si innalzavano roghi e si sacrificavano capretti. Si aggirava per i campi, solitamente in forma di lepre; certe volte qualcuno lo aveva visto in foggia di roccia rotolare per il pendio di una montagna, altre volte in forma d’alce si abbeverava sulla riva di un fiume. L’apparenza della forma non gli apparteneva e solo di essenza era la sua natura. Gli Dèi decisero di non poter sopportare oltre l’ardire e la forza di un tale essere che non era che una loro creatura. Avevano sì dato a Nestòrh un grande potere, ma gli avevano lasciato la vulnerabilità dei sentimenti. Diedero una figlia a un contadino di nome Gustavo, e questa avrebbe dovuto essere il dardo da scagliare contro Nestòrh, per aprire una breccia nel divino e ricordargli la sua parte umana. Bella e gioiosa crebbe la figlia di Gustavo; Eloise era il suo nome, e grande gioia donava ai suoi genitori. Nestòrh non poté non vedere quanto di buono era nato da quella povera famiglia di contadini; ora non si trasformava più in roccia o alce, ma sempre se ne stava davanti alla casa di Eloise; certe volte non resisteva alla tentazione di mutarsi in glicine e farsi cogliere da lei. Altre volte dall’alto la guardava, e in forma di gufo la notte la proteggeva posandosi sul balcone della sua casa. Vennero giorni tristi, in cui Eloise si ammalò e fu a rischio di morire; e Nestòrh, che mai prima aveva guardato gli Dèi dal basso, si prostrò ai loro piedi e ne chiese salva la vita. Gli Dèi acconsentirono, ma a una condizione: che mai più Nestòrh avesse potuto affrontarli da suo pari, e che mai più egli avesse osato sfidarli; e Nestòrh accettò. Ma poco dopo la guarigione di lei, Nestòrh comprese che era stato ingannato, che il suo amore per Eloise lo aveva reso umano e che si era fatto tradire dai suoi sentimenti. Fu allora che decise di punire la debolezza umana, che aveva distrutto la sua parte divina. Prese Eloise, una notte che dormiva, e la portò sulla montagna. Qui decise che avrebbe per sempre dovuto essere visibile così come lui l’aveva vista quella notte. La pose sul bordo di un dirupo e, per punire i sentimenti degli uomini, decise che se qualcuno avesse guardato Eloise, ogni sguardo a lei donato – fosse d’amore o d’odio – avrebbe reso più profondo il suo sonno in forma di pietra. Fatto questo, Nestòrh si gettò nel vuoto, e non più si trasformò in aquila o tentò di salvarsi, ma si lasciò cadere e svanire nel tempo. Da allora, il castigo di Nestòrh ricade su Eloise, e ogni volta che qualcuno guarda a lei, accresce il potere del suo incantesimo, che mai potrà svanire sino a quando anche un solo essere possa guardare con occhio umano la ‘Bella Dormiente’.”

Trione-Bella-Dormiente

(Dal racconto “Una favola” di Enrico Trione (1968-2001), classificato nel 2001 al secondo posto nel concorso “Leggenda cercasi – La Bella Dormiente”, bandito dal sito “Canavese Web”).
(Fotografia della “Bella Dormiente”: © 2014 Enzo Walter Actis Dana e Touring Club Italiano)
(Dipinto della “Bella Dormiente”: © Montagna.tv)