• Gian Piero Quaglino | Mito e destino | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Venerdì 25 gennaio 2019, ore 09:00-18:00 (ECM)
    Nei nostri racconti delle vicende della vita, le dimensioni del mito e del destino sono sempre presenti, per quanto inconsapevoli o “sotto traccia”. Pensare la vita (così come, ad esempio, gli avvenimenti cruciali della malattia, dell’invecchiamento, della morte) senza riconoscere la “trama mitica” delle nostre narrazioni è in un certo senso un limite non solo alla comprensione, ma alla possibilità di cambiamento e trasformazione che ogni processo di cura (e di cura di sé) richiede di attivare.
    Ernst_Roeber_Amor_und_Psyche-cutIl mito ci abita. Giunto sino a noi come labirinto di storie di dei e dee, e uomini e donne, il mito parla di tutto ciò che può accadere in una vita e dei suoi perché, dei suoi significati nascosti. Da questo punto di vista, si potrebbe dire che il mito prefigura, prepara e insegna a dare senso alle vicende e alle vicissitudini dell’esistere: delle molte nascite e delle molte morti che sono la trama del divenire della vita cioè delle trasformazioni che possono toccare a ognuno di noi. C.G. Jung ha scritto: “La mitologia contiene altrettante ‘verità’ di una scienza della natura; soltanto che si tratta di verità psichiche.” Per questo, potremmo dire che leggere il mito è sempre approfittare della saggezza nascosta che esso offre, per crescere in consapevolezza di sé. E che ciascuna vita possa rivelarsi, in definitiva, come la messa in scena di un propria, singolare “trama mitica” è forse la via migliore per riconoscere il potere trasformativo che, da sempre, il mito ha custodito per noi in forma di narrazione. Uno degli aspetti cruciali che ogni mito mette in scena ha a che fare con un presunto “volere degli dei”: si tratta del sentimento (o presentimento) di una qualche volontà superiore che regge i fili delle nostre storie, che espone a situazioni non previste, che ci mette alla prova, che ci sfida. Il dubbio in cui siamo immersi è permanente: si tratta di caso o di destino? Si tratta di una pura e semplice coincidenza o c’è un “disegno”? è “andata così” oppure “non poteva che andare così? Il fatto è che il sospetto che esista un destino a reggere i fili, che si sia “nelle mani del destino”, di solito cresce con il trascorrere del tempo, il mutare delle età, l’accumulare vita. Ancora Jung ha scritto: “Con il procedere della vita i pezzi si sistemano al loro posto secondo un disegno predeterminato.” Anche il caso, allora, fa parte del destino? Il problema è che non si potrà mai avere una qualche risposta a questa domanda se non alla fine della storia: non c’è altro modo per poter rispondere, insomma, che continuare a vivere.
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  • Gian Piero Quaglino | Il talento dell’empatia | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Domenica 05 maggio 2019, ore 09:30-17:30 (ECM)
    L’empatia non è solo quel sentimento di vicinanza e compassione che possiamo provare per le sofferenze degli altri. L’empatia è ben altro: è la capacità di immedesimarsi nelle vite degli altri, di saperle ascoltare, di saperle rispecchiare e, così, di aiutarne la comprensione. Una giornata di studio sull’empatia come capacità decisiva per ogni relazione di aiuto e di cura.
    IPAP-EmpatiaQualcuno dice che di empatia si parla fin troppo di questi tempi. Potrà anche essere vero. Ma chiunque vive di relazioni (cioè praticamente tutti) sa che di empatia non ce ne è mai abbastanza. E sa, soprattutto, quanto sia difficile offrirla e riceverla. Parliamo dunque di empatia come di un dono prezioso, ma soprattutto come di una dote particolare che ci avvicina alle “vite degli altri”. Cerchiamo tuttavia di intenderla nel modo giusto, perché effettivamente se non è vero che di empatia si parla troppo, non è altrettanto vero che se ne parli sempre nel modo appropriato. Al di là del pur apprezzabile risvolto “compassionevole” che esprime vicinanza e partecipazione nei confronti degli altri, l’empatia va anzitutto intesa come quella speciale capacità di immedesimarsi e di rispecchiarsi nelle vite degli altri, e al tempo stesso di restituire agli altri nuove prospettive di immedesimazione e rispecchiamento per sé. Prima che non un pensiero, dunque, l’empatia è un sentimento che occorre coltivare in tutti i suoi molteplici risvolti. Un sentimento di cui si può essere più o meno capaci, un saper “sentire” di cui si può essere più o meno dotati. È evidente che l’empatia è dunque, potremmo dire, una competenza indispensabile e uno strumento decisivo per tutte quelle professioni che pongono al centro il tema della relazione: della relazione di ascolto, di aiuto e di cura.
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  • Gian Piero Quaglino | I Ching: il libro della versatilità. Una introduzione | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Domenica 23 giugno 2019, ore 09:30-17:30
    Una giornata di studio dedicata all’I Ching: il “libro dei mutamenti” o della “versatilità”. Una introduzione ai simboli e alle immagini contenute nei 64 esagrammi, che compongono il più antico testo oracolare a noi pervenuto attraverso i millenni. Un avvicinamento alla pratica di consultazione e di interpretazione dei suoi responsi.
    IPAP-IChingLe origini dei testi che costituiscono l’I Ching sono legate a pratiche divinatorie sciamaniche di remota antichità. È solo intorno al 1000 a.C. che interviene la scrittura a organizzare i testi oracolari in un sistema ordinato di linee: gli esagrammi. Da quel momento, l’I Ching diviene quell’opera di sapienza e saggezza che noi oggi conosciamo come Il libro della versatilità. È anzitutto di questo che l’I Ching parla: del movimento e del mutamento, del divenire e del cambiare. E tutto questo è riassunto nelle sessantaquattro figure che, con possibili infinite variazioni, costituiscono altrettanti “suggerimenti” offerti a chi si disponga a interrogare l’oracolo. L’importanza e la preziosità del testo dell’I Ching è, per noi occidentali, scoperta recente. Non più di un secolo fa, la prima traduzione in tedesco del 1923 affascinò Carl Gustav Jung, che scrisse nel 1949 la prefazione alla prima edizione inglese. Come possiamo avvicinarci al testo? In che modo possiamo consultare l’oracolo? Interrogare l’I Ching è sicuramente un esercizio di interpretazione unico nel suo genere, capace di orientare il nostro sguardo alle immagini interiori che ci abitano e di arricchire la visione dei paesaggi che queste immagini compongono e ricompongono delle nostre più profonde trasformazioni.
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  • Gian Piero Quaglino | L’arte dello Haiku per la cura di sé | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Domenica 29 settembre 2019, ore 09:30-17:30
    Una giornata dedicata all’incontro con lo Haiku: una scoperta dei principi “estetici” che ne caratterizzano la poetica e un avvicinamento alla pratica di composizione di ciò che lo haiku si propone di essere come “cattura dell’istante”.
    IPAP-haikuLo Haiku è un breve componimento poetico che si afferma in Giappone a partire dal XVII secolo. La sua struttura è di diciassette sillabe che danno origine a tre versi. Nella sua semplicità estrema, lo Haiku si propone di esprimere al massimo grado principi di eleganza, raffinatezza, ricercatezza: ciò che si può riassumere nell’ispirazione al raggiungimento del furyu, ovvero al distacco da tutto ciò che è mondano, per potersi così immergere nel “mondo fluttuante” a cui partecipa il trascorrere delle cose e della vita stessa, in un continuo processo di trasformazione. Il fascino dello Haiku, la sua atmosfera, è yugen, ovvero tutto ciò che corrisponde da un lato all’indistinto e al chiaroscurale, e dall’altro all’enigmatico e al misterioso. Infine, lo Haiku partecipa del paradigma estetico del wabi sabi: la bellezza delle cose incompiute e temporanee, umili e modeste, insolite e straordinarie. Comporre Haiku è realizzare lo spirito di fuga: la tensione verso un continuo perfezionamento dell’esistenza capace di cogliere ed esprimere, nell’osservazione istantanea della natura, la presenza creativa e artistica che caratterizza nel profondo il Sé. Per questo, dedicarsi allo Haiku è compiere un esercizio di coltivazione di sé, di ricerca di risonanza perfetta tra il mondo esteriore e il mondo interiore.
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  • Claudia Piccardo | Confrontarsi con la morte: per una pratica professionale compassionevole | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Domenica 13 ottobre 2019, ore 09:30-17:30 (ECM)
    Confrontarsi con il tema della morte è un evento ricorrente, e inevitabile, nella vita professionale di chi vede nella “cura” l’elemento fondamentale del proprio lavoro. Nel corso della giornata, ci chiederemo come sia possibile instaurare una relazione con i morenti e i loro famigliari tale da essere presenti a se stessi, pienamente “vivi”, raggiungere la necessaria calma mentale e corporea, aprire il proprio cuore, ascoltare il silenzio dentro di sé, vivere la compassione.
    nnkjadhebgahacacQuali sono le parole, le immagini e le emozioni attraverso le quali pensare la morte, parlarne, afferrarla e contenerla? Quali sono i modi possibili affinché l’esplorazione del tema della morte sia occasione di crescita personale e professionale, al di là dei suoi aspetti puramente biomedici? Come avere accesso alle altre dimensioni, a quelle sociali, affettive ed emotive con quello “sguardo interiore” capace di mettere in gioco noi stesse/i in prima persona? E, soprattutto, come “sostenere” la morte senza sentirsi sconfitti come operatori della salute? E come è possibile accompagnare i famigliari coinvolti? Il seminario intende proporre percorsi di riflessione e di ricerca rispetto a questi interrogativi, e suggestioni per nuovi stili operativi, al fine di trovare parole che permettano una condivisione nella profonda solitudine che caratterizza questo evento. Per essere presenti a se stessi, pienamente “vivi”, fare la tara della razionalità che analizza, interpreta e giudica, così da osservare in profondità ciò che accade, nella totale libertà da ogni dogma, “distesi” psichicamente e fisicamente, per raggiungere la necessaria calma mentale e corporea, aprire il proprio cuore, ascoltare il silenzio dentro di sé, vivere la compassione.
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  • Gian Piero Quaglino | L’arcana lingua del sogno | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Domenica 27 ottobre 2019, ore 09:30-17:30 (ECM)
    La lingua del sogno la conosciamo: è bizzarra, fantasiosa, stravagante fino all’inverosimile, fino all’assurdo. E sempre indecifrabile, enigmatica e misteriosa. Eppure ci appartiene dal profondo, è la nostra lingua notturna, parla di noi. Un seminario di una giornata per riprendere confidenza e familiarità con il sogno, per esercitarci a comprenderne i messaggi, gli insegnamenti e le promesse.
    IPAP-sognoBizzarro, stravagante, eccentrico e paradossale. È in queste tonalità che il sogno, come tutti sappiamo, si esprime. La lingua del sogno non solo è inconsueta e inusuale: non solo non appartiene all’“ordinario”. La lingua del sogno è fantasiosa sino all’inverosimile, immaginifica fino all’assurdo. La lingua del sogno, soprattutto, è unica e irripetibile. Eppure appartiene a tutti e a ciascuno: è collettiva e singolare nello stesso tempo. E la questione che per ogni sogno si ripropone è sempre la stessa: un rompicapo, un enigma, un mistero. Per decifrare questo rebus che il sogno è si sono seguite, nel corso della storia, infinite piste, dalla oniromanzia antica fino alle moderne teorie psicologiche. Nessuna di queste chiavi, abbiamo il sospetto, è tuttavia capace di rivelare, di svelare, la trama nascosta del sogno. Perché non rinunciare ad ogni chiave di lettura teorica e affidarci, allora, a quella formula semplice che anche Carl Gustav Jung condivideva: “il sogno è la sua stessa interpretazione”? D’altra parte, il sogno è rimasto nel nostro mondo contemporaneo l’unico luogo nel quale si possa dire di essere perfettamente irraggiungibili: di poter mettere alla prova sé stessi fino in fondo. Apprendere qualcosa della lingua del sogno potrebbe rivelarsi, dunque, la sola via di accesso, o anche solo di avvicinamento, alla propria verità.
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  • Gianfranco Bonola | Dinamiche della sofferenza e del suo superamento nel contesto indiano: Buddhismo, Induismo, Jainismo | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Domenica 16 giugno 2019, ore 09:30-17:30 (ECM)
    Il tema della sofferenza ha una importanza centrale nella riflessione dell’Oriente, tra Buddhismo, Induismo e Jainismo. Il seminario propone una riflessione sulle forme del dolore, ma soprattutto sugli insegnamenti che esse offrono per dare significato pieno e profondo all’esistenza umana e alla sua liberazione.
    IPAP-SofferenzaIl seminario approfondirà le dinamiche della sofferenza e, insieme, del suo superamento nella cornice del pensiero buddhista e, in generale, nel contesto indiano. Il tema della sofferenza, infatti, assume una importanza centrale nella riflessione elaborata dalla cultura dell’India antica, soprattutto per quanti cercavano una soluzione definitiva al problema dell’esistenza e, per concentrarsi su questo compito, divenivano dei “rinuncianti”, ossia abbandonavano la vita sociale, la famiglia e gli scopi “mondani”. In tale contesto, hanno preso forma diverse correnti spirituali (fra cui il Buddhismo, l’Induismo e il Jainismo), dalle quali è stata sviluppata una riflessione approfondita sul dolore, le forme in cui si manifesta, la sua origine e, anche, la possibilità di arrivare a estirpare la radice che mantiene l’esistenza umana legata alla sofferenza. Queste vie di sapienza, che si differenziano per parecchi aspetti, ci hanno tramandato in una ricca varietà di testi le loro proposte di soluzione e, insieme, la testimonianza delle grandi doti di empatia e di condivisione che hanno promosso e ancora sanno ispirare quanti le accostano.
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  • Gian Piero Quaglino | I Ching: il libro della versatilità. Seminario di approfondimento: il Precipizio | Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti”, Ivrea | Domenica 01 dicembre 2019, ore 09:30-17:30
    Una giornata di approfondimento dedicata all’I Ching e focalizzata in particolare sul trigramma del Precipizio. Una rilettura di tutti e quindici gli esagrammi in cui compare questo trigramma, con un rimando al corrispondente trigramma della Radiosità.
    I_Ching_Song_Dynasty_print-cutIl trigramma del Precipizio è certamente il più oscuro e, al tempo stesso, il più potente degli otto trigrammi che costituiscono la struttura dell’I Ching. Da un lato, rimanda all’immagine di tutto ciò che è burrone, cavità, gola, in cui l’acqua si precipita; dall’altro, a ciò che è fossa, pozzo, canale sotterraneo. La comparsa del trigramma Precipizio in un esagramma è sempre indizio di momento critico, di prova, di rischio, ha a che fare con il richiamo ad un momento di transizione, di passaggio, di guado, che al tempo stesso è sfida, contrasto, conflitto. Dunque, il trigramma del Precipizio parla ogni volta di ciò che più è “essenziale” al responso dell’oracolo dell’I Ching in quanto Libro dei mutamenti e, al tempo stesso, Libro della versatilità: il movimento verso un oltre, le difficoltà che questo porta con sé, l’ineluttabilità che lo determina e il traguardo atteso del divenire trasformativo. Non a caso, il trigramma corrispondente è rappresentato dalla Radiosità: la luminosità, lo splendore, la luce che si apre al termine dello stretto passaggio che il precipizio ha imposto. Per quanto, il trigramma del Precipizio esprima un vertice di difficoltà e criticità, la riuscita promessa è carica di significato per ciò che Carl Gustav Jung avrebbe definito il “processo d’individuazione”, il nostro avvicinarci al Sé.
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