L’ironia è una cosa seria. In primo luogo, l’ironia non è solo un artificio retorico, uno stratagemma dell’arte oratoria: è una modalità di omunicazione finalizzata ad ottenere attenzione e concentrazione, ad evitare la distrazione se non la noia. In secondo luogo, l’ironia è una modalità di conoscenza fin dai tempi antichi della maieutica socratica, un modo di suscitare apprendimento vincendo l’inerzia e la rigidità di ogni “pensiero preordinato”. In terzo luogo, l’ironia è una risorsa di relazione, per arricchire il dialogo e dare forza al legame suscitando sentimenti di vicinanza e di rispecchiamento. Inoltre, si potrebbe dire che da un lato l’ironia è un elemento chiave di ciò che oggi definiamo come empatia, e dall’altro un carattere indispensabile di ciò che oggi chiediamo, ad esempio, alla leadership. Per molti aspetti, tra ironia e semplicità il passo è breve. Anche l’ironia che procede per invenzioni linguistiche, per intuizioni o addirittura per paradossi, è un punto di arrivo e non di partenza nell’esercizio del saper essere semplici, diretti, convincenti e inventivi, evitando le ridondanze del linguaggio, i tecnicismi e le espressioni “articolate e complesse”. Nella sua forma autentica, certamente, l’ironia si può spingere sino ai confini dell’umorismo, ma va comunque distinta con chiarezza dalla comicità. L’ironia ha a che fare con il sorriso più che con il riso e, ovviamente, non ha nulla a che vedere con il sarcasmo, con la derisione. L’ironia va dunque pensata come disciplina della leggerezza (in parallelo alla sottrazione della semplicità), per ricordare la lezione di Italo Calvino. E così l’ironia finisce con l’assumere un’intonazione di valore, una connotazione etica, in particolare nella forma dell’autoironia.