L’IPAP segnala la mostra Im Land der Imagination: Die Sammlung C.G. Jung, organizzata presso il Museum im Lagerhaus – Stiftung für schweizerische naive Kunst und art brut di San Gallo, in collaborazione con il C.G. Jung-Institut di Zurigo (27 marzo-8 luglio 2018).

Dagli anni della Prima Guerra Mondiale, Jung trasformò significativamente la propria pratica professionale, modificò la sua idea di psicoterapia e, sulla base delle sue esperienze personali, stabilì ciò che è tuttora conosciuto come “analisi junghiana”: non più univocamente connessa con il trattamento di una patologia, la psicoterapia divenne uno strumento di sviluppo della personalità, destinato a chiunque si confronti con le problematiche del corso della vita e dei suoi compiti evolutivi. La radice di questo cambiamento va ritrovata quel personale “viaggio interiore” a cui Jung diede avvio nel dicembre del 1913 e che avveniva nel seguente modo: egli evocava di proposito una fantasia in stato di veglia, per poi entrarvi, come se si trattasse di una rappresentazione teatrale. Tra il 1913 e il 1932 documentò queste esperienze nei Libri neri, integrandole con riflessioni sui propri stati d’animo e sulle difficoltà incontrate nella loro elaborazione. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, inoltre, Jung si convinse che alcune di queste fantasie erano state una precognizione di tale evento. Questo lo spinse a comporre la prima bozza del Liber novus o Libro rosso – un testo, atteso da lunghissimo tempo e dal 2009 finalmente disponibile –, nel quale trascrisse le principali fantasie raccolte nei Libri neri, accompagnate da commentari interpretativi, elaborazioni liriche e un ricco apparato di illustrazioni e motivi ornamentali; le immagini, che all’inizio rimandano più direttamente al contenuto dei testi corrispondenti, acquisiscono via via un carattere più simbolico, in quanto – nota lo storico della psicologia Sonu Shamdasani, curatore per la Philemon Foundation di questi straordinari materiali – originate esse stesse dalla pratica dell’immaginazione attiva. L’auto-sperimentazione di Jung, come anticipato, segnò anche uno spartiacque nella sua praxis terapeutica. Considerando la propria sperimentazione come paradigmatica, infatti, egli si propose di mostrare come i processi inconsci descritti nel Libro rosso non costituissero una esperienza specificamente sua, ma – rileva ancora Shamdasani – come fosse possibile ritrovare quei temi, quei soggetti e quelle dinamiche anche nell’esperienza psicologica di altri. Jung tentò insomma di derivare principi psicologici generali a partire dalle proprie fantasie. Da quel momento, così, i pazienti furono istruiti da Jung su come condurre immaginazioni attive, su come avviare dialoghi interiori e sul modo di “oggettivare” le proprie immagini inconsce attraverso il disegno o la pittura. Jung era anche solito chiedere ai suoi pazienti una copia delle raffigurazioni da loro realizzate con la pratica dell’immaginazione attiva; molte di queste serie di immagini confluirono via via nell’archivio iconografico (Bildarchiv) del C.G. Jung-Institut di Zurigo, dove sono tuttora conservate. Quest’anno, in occasione del 70° anniversario della fondazione dell’istituto (1948-2018), è stata allestita una prima esposizione di tali materiali pittorici presso il Museum im Lagerhaus – Stiftung für schweizerische Naive Kunst und Art Brut di San Gallo (Svizzera), nell’ambito della mostra Im Land der Imagination: Die Sammlung C.G. Jung (27 marzo-8 luglio 2018). Il volume, Das Buch der Bilder. Schätze aus dem Archiv des C. G. Jung-Instituts Zürich (Patmos, Ostfildern 2018), è stato edito da Ruth Ammann, curatrice del Bildarchiv del C.G. Jung-Institut, Verena Kast, presidente del Kuratorium dell’istituto, e Ingrid Riedel.